India, l’antica arte buddhista di Sanchi (23)

25.07.2011 - Monumento che fa parte del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, il Grande Stupa di Sanchi è un’opera d’arte straordinaria che racchiude la storia del primo Buddhismo in India e delle prime grandi dinastie reali. Sanchi è una città dell’India situata nello Stato federato del Madhya Pradesh, 46 chilometri a nordest di Bhopal.

Qui si trovano numerosi monumenti buddhisti eretti fra il III secolo a.C. e il XII secolo d.C. ma la città è conosciuta nel mondo per il grande stupa (letteralmente:tumulo, tomba), uno dei monumenti meglio conservati dell’antica arte buddhista.

Come tutti sanno, il Buddismo nacque in India, probabilmente intorno al VI secolo a.C. Fu l'imperatore Ashok, nel III secolo a.C., a diffonderlo in India e in altri Paesi dell’Asia. Il karman e il samsara, che anche il mondo indù conosceva, fu condivisa e reinterpretata anche dal principe Siddartha Gautama, che, dopo una serie di privazioni, ascesi e meditazioni, diventò il Buddha, il Risvegliato che aveva capito la Verità più profonda e, quindi, raggiunto l’Illuminazione.
Alla morte del Buddha, quanto rimasto dalle sue ceneri venne diviso in otto parti tra i più grandi dignitari dell’epoca e sopra le sante reliquie furono eretti dei tumuli funerari. Secondo la tradizione è questa l’origine dello stupa, il monumento più importante dell’architettura buddhista. In India, fin dall’antichità si è sempre preferito bruciare i corpi e il buddhismo, con lo stupa, diede un significato nuovo al tumulo funerario, trasformandolo nella presenza tangibile e mistica del Buddha e dei successivi grandi maestri.

In seguito, lo stupa fu associato al Dharma, la Legge per eccellenza e, da reliquiario, diventò una rappresentazione dell’Universo e della cosmogonia e il Grande Stupa di Sanchi è uno degli esempi più notevoli. Collocato alla confluenza di due fiumi, era in una posizione strategica: silenzio e natura favorivano la vita monastica e la vicinanza alla città carovaniera di Vidisha, oggi Besnagar, aiutava i rapporti con la comunità dei mercanti, che erano i principali sostenitori del buddhismo, come dimostrano le numerose iscrizioni votive in varie zone del monumento . Sanchi non è collegata a nessun episodio della vita del Buddha, ma secondo molti studiosi l’importanza della zona si deve a una delle regine mogli di Ashoka, il grande re della dinastia Maurya che nel III secolo a.C. abbracciò il dharma buddhista, veniva da una famiglia di ricchi mercanti di Vidisha. Dal III secolo a.C fino al XIII secolo d.C, quando iniziò la decadenza del buddismo in India, Sanchi continuò ad essere un importante luogo di culto devozionale, con il grande numero di monumenti costruiti nel corso dei secoli che mostrano anche l’evoluzione dell’arte buddhista.
La località era stata dimenticata per secoli e venne riscoperta per caso, nel 1818, dal generale inglese Taylor e il restauro iniziò nel 1851, ma solo trent’anni dopo l’opera di ripristino venne organizzata seriamente dal maggiore Cole e completata dal sovrintendente del Dipartimento Archeologico fra il 1912 e il 1919, John Marshall, che numerò più di cinquanta monumenti. Lo stupa principale, noto come Grande Stupa o stupa n.1, ha un diametro di 36,60 metri ed è alto 16,46 metri.

La costruzione sorge all’interno di una recinzione, la vedika dove si aprono quattro portali, i torana, costituiti da due pilastri sormontati da tre architravi. Dall’abaco al primo architrave sono rappresentate, bellissime e sinuose nell’atto del toccare gli alberi, shalabanjika, le yakshi o ninfe della natura portatrici di fecondità, mentre numerosi bassorilievi ornano le superfici dei torana.
Sono tre le sezioni delo stupa: la base alta e circolare, medhi, che rappresenta la terra; la “cupola” sovrastante, anda, che allude sia alla volta celeste che alle acque primordiali da cui nacque l’universo; la balaustra quadrata, harmika, da cui si erge il pennone, yashti. Lo yashti è simbolo dell’axis mundi, l’albero cosmico che è collegamento tra mondo sotterraneo, terra e cielo. Il corridoio fra lo stupa e la recinzione permetteva il rito della pradakshina, la deambulazione che consisteva nel girare attorno alla costruzione tenendo la destra del monumento, seguendo il percorso del sole.

A Sanchi le immagini sono tante e bellissime, molte rappresentano i jataka, le vite anteriori del Buddha, ma nessuna è del Buddha storico, che è rappresentato solo dai simboli (l’albero, il trono, le piante dei piedi, la ruota, etc). Questa fase dell’arte buddhista si chiama “aniconica”. Il Buddhismo era nato da poco e ai monaci non interessava la rappresentazione in forma umana del Maestro, ma solo la dottrina. Però il monumento è magnifico e interessante, come lo sono gli altri stupa e templi nella stessa zona.